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© 2018 Le Fate editore

Editoriale
di Carlo Muratori

 

Ce la portiamo dentro una voglia matta di rivoluzione; la sogniamo la notte, la riesumiamo in decine di discorsi stanchi e a voce alta; la piazziamo lì, al termine di accalorate e sgangherate analisi sociologiche, come unico esito possibile e auspicabile: ‘na rivoluzzioni ci vulissi! Ma è l’uso del condizionale (congiuntivo dialettale) che già ci iscrive nella schiera dei possibilisti, degli hobbisti della rivolta, dei ribelli della domenica. Nessuno che la indichi come precisa scelta programmatica, con data, ora, luogo; e se ci sarà la possibilità di una colazione a sacco, o magari ci si convenziona con una trattoria “rivoluzionaria”. La verità è che ci abbiamo perso un po’ la mano con il moto rivoluzionario; quello vero, sanguinolento, che occupa le strade e le piazze e che da noi spesso si traduce con termine appropriato “u buddellu”. Al liceo, nel periodo turbolento sessantottino, la frase intimidatoria più gettonata da celerini e professori era “uora picca buddellu!!”. Dal 12 gennaio del 1848 non abbiamo fatto neanche un ripasso credibile. Al netto del moto garibaldino del maggio 1860, che in verità interessò solo quel migliaio di rosso vestiti, e altre fiammate sporadicamente forconiste, altre autentiche primavere dei popoli, in Sicilia, non ve ne sono state. Ora c’è un’altra parola di moda; dopo i riformismi e i trasformismi tanto cari ai democristiani e ai socialisti dalle “mani sporche”, oggi tutto sembra condurre verso l’unica vera possibilità di salvezza: l’Innovazione, che poi è una rivoluzione senza buddellu, un cambiare le cose senza ammazzare nessuno, una sommossa eco compatibile…

n. 10 – Tradizione e Tradimento

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